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Massimo Fiocco

L’arte figurativa

Pittore dalla vocazione matura, massimo Fiocco si è avvicinato all’arte figurativa dopo una proficua esperienza nella scrittura teatrale. Figlio, infatti, del celebre critico e studioso della storia del teatro Achille, in gioventù antepose alla spontanea attrazione per l’arte figurativa quella per la letteratura drammatica nella quale raggiunse – con i radiodrammi – una compiuta professionalità artistica.

Il richiamo dell’arte pittorica, però, lentamente ma con tenacia si è fatto strada nella sua sensibilità fino a diventare una fermezza nelle sue esplorazioni culturali e, da allora (siamo nei primi anni Ottanta) una costante della sua ricerca.

Per chi avesse a cuore di approfondire e comprendere la stupefacente varietà creativa del Novecento, Massimo Fiocco potrebbe essere buona guida. Pur nella profonda umiltà, il suo spirito non è mai sazio di spostare sempre un po’ innanzi il limite della ricerca che unisce sensibilità cromatica e struttura della forma, nella sequela del padre della modernità, Cezanne.

È proprio a partire da questo fondamento che la e poetica di Massimo Fiocco si è via via estesa ai maestri del Ventesimo Secolo: De Staël, Kokoschka, De Kooning e i nostri Afro e Santomaso.

La Natura è per lui occasione inesauribile di ispirazione: paesaggi (spesso del centro Italia, sua zona di nascita) e in particolare l’evocazione delle rocce, delle strutture arboree, dei cieli. Il taglio è talvolta ravvicinato così che fra astrazione e figurazione l’artista sembra aver trovato il nesso di dialogo.

Curata, in particolare, la tavolozza. Le stesure di colore si succedono su di una tela fino a creare una vera epidermide cromatica e, anche all’osservazione da vicino, tutta questa laboriosa tessitura appare nella sua ricchezza. Non si tratta di opere che sono state create con fretta o per l’occasione di un commercio immediato; si sono generate nella macerazione e nel cimento di una sensibilità coloristica che ha un paralello non inappropriato con la musica, dove ogni nota incide la sensibilità dell’ascoltatore con la propria identità, pur nell’armonia dell’insieme.

Nel percorso di Fiocco, questo sguardo emozionato (e grato) alla tradizione moderna sembra rivolgersi, subito dopo, alla natura. Il risultato è simile ad una incarnazione dell’intellettualità nella materia stessa dell’impasto. Il suo appartato percorso  ha generato, nelle stagioni, tavolozze in continua evoluzione che di volta in volta si sono anche associate agli stati d’animo, alla vicenda esistenziale dell’autore. Così, accanto a cromie calde sono presenti prove nelle quali i violetti e i verdi hanno il dominio del campo; ai colori squillanti (quasi metafora della sua personale attitudine espansiva) quelli sobri, a volte varco verso lo sterminato territorio dei grigi.

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